Nel “mondo linguistico salvato da Elsa”, potendolo nominare mondobolario salvato da Elsa, L’isola di Arturo e Aracoeli si affidano a una lingua chiamata a dare forma all’assenza e alla memoria. La scrittura morantiana, dall’indubitabile penna datrice di vita, genera uno spazio simbolico in cui il soggetto rielabora il trauma della perdita parentale, trasformandolo in immagine poetica. Con una lingua incarnata, fatta di metafore corporee e tensioni visionarie, Morante costruisce una soggettività fragile e franta, in cui l’identità emerge come residuo affettivo e traccia irrisolta del lutto. Particolare rilievo assume l’analisi del tessuto linguistico: la prosa morantiana è costellata, proprio come un’altra costellazione, Boote - il firmamento cui appartiene Arturo[1] - di catacresi, metafore corporee, neologismi, suffissazioni affettive e deformazioni fonetiche che trasformano gli stati psichici in coaguli sensoriali. Passare al vaglio lessicale (Sarikaya, 2024) l’intero spettro espressivo della Morante significa tracciare un paesaggio linguistico e una grammatura, più che grammatica, che, in chi la legge, definisce e “infligge” per sempre un’inclinazione dello spirito (Notarbartolo, 2016). La memoria assume una pelle, il dolore ha un odore, il pensiero si fa organo. In questa lingua fortemente rappresentata, l’astrazione viene costantemente ricondotta alla corporeità, e il corpo diventa il luogo in cui il trauma si deposita come segno, cicatrice, detrito. L’intelligenza linguistica appare allora come la vera scena del romanzo morantiano, che è allo stesso tempo larva di senso e rincrudimento, per una didattica che si avvale del testo letterario come categoria critica di lettura.
Didattica dell’intelligenza linguistica e della retorica come categoria critica per leggere figure dell’assenza e tracce della memoria. Elsa Morante e l’autobiografismo trasfigurato ne L’isola di Arturo e Aracoeli
Valentina Isceri
2026-01-01
Abstract
Nel “mondo linguistico salvato da Elsa”, potendolo nominare mondobolario salvato da Elsa, L’isola di Arturo e Aracoeli si affidano a una lingua chiamata a dare forma all’assenza e alla memoria. La scrittura morantiana, dall’indubitabile penna datrice di vita, genera uno spazio simbolico in cui il soggetto rielabora il trauma della perdita parentale, trasformandolo in immagine poetica. Con una lingua incarnata, fatta di metafore corporee e tensioni visionarie, Morante costruisce una soggettività fragile e franta, in cui l’identità emerge come residuo affettivo e traccia irrisolta del lutto. Particolare rilievo assume l’analisi del tessuto linguistico: la prosa morantiana è costellata, proprio come un’altra costellazione, Boote - il firmamento cui appartiene Arturo[1] - di catacresi, metafore corporee, neologismi, suffissazioni affettive e deformazioni fonetiche che trasformano gli stati psichici in coaguli sensoriali. Passare al vaglio lessicale (Sarikaya, 2024) l’intero spettro espressivo della Morante significa tracciare un paesaggio linguistico e una grammatura, più che grammatica, che, in chi la legge, definisce e “infligge” per sempre un’inclinazione dello spirito (Notarbartolo, 2016). La memoria assume una pelle, il dolore ha un odore, il pensiero si fa organo. In questa lingua fortemente rappresentata, l’astrazione viene costantemente ricondotta alla corporeità, e il corpo diventa il luogo in cui il trauma si deposita come segno, cicatrice, detrito. L’intelligenza linguistica appare allora come la vera scena del romanzo morantiano, che è allo stesso tempo larva di senso e rincrudimento, per una didattica che si avvale del testo letterario come categoria critica di lettura.I documenti in IRIS sono protetti da copyright e tutti i diritti sono riservati, salvo diversa indicazione.
