Il contributo analizza la sentenza della Corte di giustizia dell'Unione europea del 5 giugno 2023 (causa C-204/21, Commissione c. Polonia), la quale ha accolto il ricorso per inadempimento promosso dalla Commissione europea contro la riforma del sistema giudiziario polacco del 2019, nota come legge muzzle. L'autrice esamina le cinque censure accolte dal giudice dell'Unione, incentrate sulla violazione degli articoli 19 TUE, 267 TFUE e 47 della Carta dei diritti fondamentali, nonché sul contrasto con il principio del primato del diritto UE. Nello specifico, lo studio mette in luce come le competenze residue della Sezione disciplinare della Corte suprema polacca in merito allo status dei magistrati, l'introduzione di illeciti disciplinari formulati in modo vago e generico (volti a dissuadere il controllo giurisdizionale interno e i rinvii pregiudiziali), e l'accentramento di tali competenze presso la Sezione di controllo straordinario violino irrimediabilmente le garanzie di indipendenza e imparzialità della magistratura. Viene inoltre censurato l'obbligo di pubblicazione online delle affiliazioni associative e politiche dei giudici per violazione del GDPR e del diritto alla privacy. Nelle conclusioni, il testo formula considerazioni critiche sull'efficacia delle sanzioni finanziarie e del regolamento sulla condizionalità dello Stato di diritto di fronte alla persistente resistenza politica del governo di Varsavia, inquadrando la controversia nel più ampio contesto dei meccanismi di tutela dei valori fondanti dell'Unione europea.
La Corte di giustizia si pronuncia (ancora una volta) sulla riforma della magistratura polacca
Angela Correra
2023-01-01
Abstract
Il contributo analizza la sentenza della Corte di giustizia dell'Unione europea del 5 giugno 2023 (causa C-204/21, Commissione c. Polonia), la quale ha accolto il ricorso per inadempimento promosso dalla Commissione europea contro la riforma del sistema giudiziario polacco del 2019, nota come legge muzzle. L'autrice esamina le cinque censure accolte dal giudice dell'Unione, incentrate sulla violazione degli articoli 19 TUE, 267 TFUE e 47 della Carta dei diritti fondamentali, nonché sul contrasto con il principio del primato del diritto UE. Nello specifico, lo studio mette in luce come le competenze residue della Sezione disciplinare della Corte suprema polacca in merito allo status dei magistrati, l'introduzione di illeciti disciplinari formulati in modo vago e generico (volti a dissuadere il controllo giurisdizionale interno e i rinvii pregiudiziali), e l'accentramento di tali competenze presso la Sezione di controllo straordinario violino irrimediabilmente le garanzie di indipendenza e imparzialità della magistratura. Viene inoltre censurato l'obbligo di pubblicazione online delle affiliazioni associative e politiche dei giudici per violazione del GDPR e del diritto alla privacy. Nelle conclusioni, il testo formula considerazioni critiche sull'efficacia delle sanzioni finanziarie e del regolamento sulla condizionalità dello Stato di diritto di fronte alla persistente resistenza politica del governo di Varsavia, inquadrando la controversia nel più ampio contesto dei meccanismi di tutela dei valori fondanti dell'Unione europea.I documenti in IRIS sono protetti da copyright e tutti i diritti sono riservati, salvo diversa indicazione.
